Rubrica “Un artista che mi affascina” – Angelo Cagnone

“Il tema della mia pittura è la relazione non evasiva con sé stessi. Si tratta quasi sempre di qualcuno che è posto di fronte a sé; anche quando ci sono più figure, si tratta sempre di sé, come accade nel sogno, dove il sognatore è, almeno in parte, tutti i personaggi del sogno. Mi assillano i nostri conflitti, le nostre perplessità, la nostra incompletezza, la nostra solitudine. Io non racconto niente: accenno alla nostra condizione.

L’occhio non va appagato. Ci sono ormai troppi pittori che tendono a soddisfare l’occhio. Io preferisco quella pittura la cui bellezza è in qualche modo incompleta: Piero della Francesca e Cèzanne. I loro quadri restano una percezione prolungata, rivelano ogni volta qualcos’altro, non si lasciano mai ricordare del tutto”.

“Per me il colore non è avvicinare od opporre il rosso, il blu, il giallo e il verde. Al contrario: venti variazioni di grigio per passare da un grigio medio a un grigio intenso. Mi interessa questa profondità ottenuta in modo quasi impercettibile.

Utilizzo il colore ad olio perché al contrario dell’acrilico, che dà effetti di superficie, il colore a  olio – che asciuga così lentamente, che sa invecchiare, che si estenua, si screpola, prende la patina del tempo – ottiene una pregnanza, una densità fisica che mi sono indispensabili. La mia pittura è lentissima, strato su strato, cresce come un organismo. Malgrado ciò, qualcuno ha avuto l’impressione che certi spessori dei miei quadri fossero ottenuti mediante la tecnica del collage, mentre tutto è evidentemente dipinto e ridipinto.

D’altra parte, saper guardare è quasi altrettanto difficile che saper dipingere”.

 

 

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