da Diario II, Gombrowicz

Per me qualsiasi tentativo dell’uomo di uscire da se stesso, tramite la pura estetica, o il puro strutturalismo, con la religione o il marxismo, è un’ingenuità condannata al fallimento, una sorta di misticismo improntato al martirio.

E questa tendenza a disumanizzarsi (che del resto io stesso coltivo) deve per forza accompagnarsi alla tendenza a umanizzarsi, altrimenti la realtà crolla come un castello di carte e si rischia di sprofondare nel verbalismo dell’irrealtà. Non potete saziare l’uomo con le formule! Le vostre costruzioni e i vostri edifici resteranno vuoti finché qualcuno non verrà ad abitarli. Quanto più, per voi, l’uomo diventa inafferrabile, inaccessibile, abissale, immerso in altri elementi, imprigionato nelle forme, quasi non articolato dalle proprie labbra, tanto più urgente e imperiosa diventa la presenza dell’uomo comune quale ci viene proposto dall’esperienza e nel sentimento quotidiano: l’uomo della strada, l’uomo del bar nella sua accezione concreta.

Il raggiungimento del limite umano deve venire immediatamente riequilibrato da una precipitosa ritirata nell’umana normalità e nell’umanità di tutti giorni. Tuffiamoci pure nell’abisso, ma a condizione di risalire in superficie. Se tuttavia mi si chiedesse la definizione più possibilmente profonda e difficile di quel qualcuno che, a mio avviso, dovrebbe abitare quelle famose strutture costruzioni, risponderei semplicemente: il dolore. La realtà, infatti, è ciò che oppone resistenza, ossia che dà dolore. E l’uomo reale è quello che sente dolore. Qualunque cosa ci raccontino, in tutta l’estensione dell’universo, in tutto lo spazio dell’essere esiste un solo elemento davvero atroce, impossibile, inaccettabile, un’unica cosa per noi realmente micidiale e devastante: il dolore. Su di esso, e solo su di esso, si fonda l’intera dinamica dell’esistenza. Eliminate il dolore, il mondo diverrà indifferente… Mah! Forse è un argomento troppo serio per farci sopra della filosofia spicciola… Certo che è terribile.

Vorrei comunque osservare che per questi pensatori (come del resto anche per gli altri) il mondo continua a essere oggetto di speculazioni cerebrali serene, per non dire addirittura olimpiche. Sane analisi elaborate da professori relativamente in salute e comodamente seduti nelle loro poltrone. Le loro indefesse costruzioni intellettuali si basano su un’infantile sottovalutazione del dolore. Se già la libertà sartriana non avverte il dolore e non ne ha sufficientemente paura, gli odierni oggettivismi sembrano addirittura generati sotto anestesia.

Mettiamo pure in evidenza le contraddizioni di questo mio ragionamento. Da un lato postulo esistenza di un uomo rilassato e normale; dall’altro, lo voglio anche trafitto dal dolore. Ma la contraddizione è solo apparente.

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