La visione di Jannis

Jannis Kounellis arriva a Roma a vent’anni, nel 1956.

È l’anno della grande nevicata, la stessa immortalata nelle parole della canzone di Califano.

La città eterna è coperta da un’inusuale coltre bianca e si presenta scrigno d’intatta bellezza, così diversa dalla Grecia del giovane Jannis; il quale però è determinatissimo ad inserirsi nel fermento culturale che cominciava letteralmente a spaccare la tradizione italiana, non più immobile ma già cosparsa di crepe.

La rivoluzione (non) dorme sotto la neve. Ed ha un nome, anzi tre: Boccioni, Fontana, Burri.

Kounellis inizia a frequentare l’Accademia e ha tra i suoi insegnanti Mino Maccari e soprattutto il poeta e pittore Toti Scialoja, personaggio chiave, legato al movimento americano dell’espressionismo astratto. Scialoja conosce personalmente il folle genio Jackson Pollock, ovvero la personificazione dell’action painting, dove la pittura diventa urlo sulla tela, dimentica i pennelli, diventa azione. IMG_7012

Dicevamo, in Italia, Boccioni: colui che riuscì a superare la staticità spazio/temporale della tela, inserendo il movimento; più avanti Fontana, che con i tagli esplorò la spazio oltre la tela; Burri, che ancora più radicalmente abbandonò la tela, trasferendo il concetto di arte su gommapiuma bruciata e sacchi sporchi.

Anche per Kounellis il tempo del cavalletto è finito; l’arte è destinata a non essere più rappresentazione pittorica, ma azione intrisa di teatralità. Non la performance fine a se stessa, che ha un inizio e una fine; ma un autentico concetto che vive di vita propria ed è in grado di trascendere i confini sfociando in un tempo non definito.

L’opera “12 cavalli” è costituita da dodici animali viventi, che cessano di rappresentare le tradizionale visione del quadrupede diventando simbolo di libertà, arte/azione.IMG_7013

L’artista cerca e trova il suo spazio; l’incredulità della gente è la molla per continuare il percorso di rottura, volto a restituire all’opera d’arte la propria pienezza, prescindendo dal supporto.

Nelle sue installazioni Kounellis utilizza sassi e pietre, porte riempite di gessi, sacchi di caffè, ferro, carbone, oppure semplici lettere e frecce, segni neri su carta che tracciano l’estetica del linguaggio. Spesso inoltre l’artista non disdegna l’uso del fuoco che necessariamente modifica e plasma la materia. Le candele delle opere di Kounellis sono accese, bruciano realmente; i barattoli, i sacchi non sono più oggetti seriali destinati alla ripetizione industriale, ma esulati dal tritacarne capitalistico diventano soggetto insostituibile ed unico.

“Che cosa c’è di bello in un barattolo di birra; che cosa c’è di diverso di fronte a un quadro di Tiziano? E la nostra epoca? Perchè la nostra epoca si identifica in un barattolo di birra? La caratteristica di un barattolo di birra è che viene ripetuto un’infinità di volte, mentre un quadro di Tiziano è unico. Allora cosa giungo e cosa tolgo al barattolo di birra? Gli aggiungo una visione del tempo che tiene conto del passato e gli tolgo quella parte della sua natura, cioè: essere ripetuto”.

Ecco che Kounellis riesce ad andare lontanissimo dal quadro, mantenendo viva la rappresentazione; diversamente dal minimalismo privio di pathos, da cui prenderà sempre le distanze, egli si dedica alla potenza e al lirismo della forma.

Generalmente il suo lavoro, a mio parere non incasellabile, viene inserito nel filone dell’Arte Povera; concetto che in sè non dispiace a Kounellis, che intende l’aggettivo “povero” nel senso mutuato da Germano Celant, il teatro povero, dove “la povertà è il peso del dramma”.IMG_7022

Certamente la personalità di Kounellis, così forte, è anche molto sfaccettata: al suo carattere spiccatamente umbratile, che fugge dalla piattezza per ricavare il senso dal gesto, si aggiunge una personalissima ricerca della luce e del sacro. Ciò potrebbe sembrare una contraddizione per un artista dichiaratosi sempre ateo, eppure le opere di Kounellis sono attraversate da una spiritualità e una ieraticità, forse non cristiane, che trovano le radici nella patria greca.

La Grecia che prima tra tutti mescolò sacro e profano, portando gli dei tra gli uomini, il concetto stesso di sacro ben inserito nel quotidiano.

Nello stesso modo, la sacra rappresentazione teatraleggiante di Kounellis, fatta di oggetti assolutamente comuni, trascende la materia, senza ignorarla, e si concentra sul peso, sulla presenza concettuale:

“Non ignoro la materia; ma se essa vincolasse il peso, allora il mio sacco di carbone potrebbe tranquillamente alimentare qualche stufa. Invece l’opera è lì – dentro una fabbrica abbandonata, l’interno di un museo o di una galleria – a vivere la sua pienezza drammaturgica”. IMG_7017

Vorrei porre un punto esclamativo sulla differenza enorme tra teatralità e spettacolarità; proprio in questo l’Arte Povera scava un abisso tra sè e la Pop art americana, cioè nell’autorità morale, nella critica vera e priva d’ironia, consapevole della vanità delle apparenze, della caducità, della frammentarietà dell’esistenza umana.

Proprio dai frammenti si ricostruisce un’unità, difficile, sofferta, drammatica; Kounellis, vigoroso e fiero, si dichiarerà sempre contrario all’estetica della catastrofe. Le sue opere rifiutano la bella forma, ma si fanno tangibile testimone del carattere informe del reale.

Il confine è varcato, lo spazio e il tempo scombinati: la forma diventa forza in sè stessa e, quindi, evento. Il grande evento del “rinascimento” gestuale italiano.

“Io sono un pittore: sono un visionario ma non dipingo.

 Vorrei guadagnare la visione, cioè ciò che all’inizio era il quadro.

È la visione il mestiere di pittore”.

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